I romanzi di Bernhard si assomigliano quasi tutti. Eppure gli inquietanti libri dello scrittore austriaco si leggono con passione e piacere.
In Gelo, un giovane studente in medicina, praticante presso la clinica di Schwarzach, viene inviato da un chirurgo, assistente ospedaliero nel medesimo reparto, a sorvegliare il fratello, il pittore Strauch, che vive in una sperduta località di montagna, Weng.
Il pittore è un individuo eccentrico, emarginato, solitario, misogino, che tuttavia ha sviluppato nel suo quasi isolamento una percezione di sè e del mondo particolarmente acuta.
Ancora una volta è l'artista, l'originale, il diverso, il folle, l'escluso, il misantropo, quello che riesce a penetrare con maggiore intensità i misteri dell'esistenza. La vita dei borghesi, degli arrivati, degli integrati è vuota forma. Quasi tutti si identificano completamente col proprio ruolo sociale, fanno coincidere la propria essenza con la professione.
Attraverso i monologhi del pittore Strauch apprendiamo che l'umana esistenza è povera cosa, che il dolore e la disillusione la fanno da padroni, mentre la violenza insanguina il mondo.
"Lui era un pessimista, che è già di per sé qualcosa di ridicolo, ma lui era qualcosa di ancora molto più terribile".
Già, il pittore è un filosofo che ci guida alla scoperta degli orrori della infelice condizione dell'uomo contemporaneo.